a documentary film by Matteo Calore and Stefano Collizzolli

directors’ notes

un fuoco fuori dal campo di Manduria

In 2009 I went to Tunisia to run a participatory video workshop. That experience made me think that Tunisia would have never changed: Ben Alì and his clan was too strong, and the population seemed stoned by a twenty-three year dictatorship with the media under total control.

It was a country where, during the celebrations for the independence, the local newspapers were full of wishes for the President forcedly made by private citizens and professional associations. And it was a country where the dissent was suppressed with blood (as it is greatly told in a reportage by the journalist Gabriele Del Grande in 2008).

It was impossible to me that things could ever change in Tunisia. Even more impossible than in Italy, that just goes to show.

Nevertheless, after a wave of suicides started with Mohamed Bouazizi and continued during all December 2011, an entire country burnt into flames. And that spark inflamed a part of the world: Egypt at first, and then Lybia, Syria, Yemen, Algeria and Bahrain. And Morocco, Iraq, Sudan, Saudi Arabia and Kuwait as well, even if in many different ways.

From our part of the world, we didn’t realize that the Tunisian revolution was a piece of the world history: again we believed that everything would have stood-still. When a small part of that wave broke on Italy, we couldn’t do nothing but take refuge in the hysteria of the invasion, in the coward and ignorant distinction between “true” refugees and hipsters with designer shoes, in the clumsy attempt to divert that human flow to France and to other European countries giving them temporary permits valid in the Schengen (area) and with the train tickets for Ventimiglia offered for free at the station of Rome.

But I’m still convinced that the Italians must pay attention to the story, the courage and the lucidity of that revolution. And this not only because we can recognize in the invader with the designer shoes a human being with rights, depth and complexity, but also because we are concerned in that revolution which has changed our lives in a way or another, even if we haven’t realized it at all.

Our country for old men can’t go deep if we don’t understand what happens at a branch of sea from our borders.

[Stefano Collizzolli]

Verso la fine di febbraio 2011, dopo essersi uniti al movimento spontaneo e dirompente che ha messo fine al regime di Ben Alì, alcune migliaia di giovani tunisini sono approdati sulle nostre coste.

In quei giorni il racconto mediatico italiano viene riempito quasi esclusivamente dalle retoriche xenofobe del nostro governo, intento a costruire la percezione collettiva di un’invasione.

Senza sprezzo del ridicolo questi arrivi sono ribattezzati dai nostri politici come “orda barbarica”,  “tsunami umanitario”, “emergenza biblica”  e le immagini di una Lampedusa al collasso alimentano l’incubo della mancanza di sicurezza degli italiani facendoci perdere completamente il senso delle proporzioni.

In tutto, infatti, si contano circa ventitremila  migranti, cifra piuttosto esigua per un paese di sessantamilioni di abitanti che in passato si è trovato a gestire flussi ben più ampi .

Il governatore veneto Zaia punta il dito verso questi ragazzi, sono giovani, energici, con vestiti griffati e il telefonino in mano, non scappano da nessuna guerra ne tentano di fuggire dalla morsa della fame. Questo è quello che da veramente fastidio: non sono profughi affamati, non possono essere usati in nessun modo per far leva sulla pietà e il senso di colpa degli italiani, non vi è quindi alcuna ragione per accoglierli.

Limitare la loro libertà serve solo a garantire la Nostra, a rafforzare le Nostre piccole sicurezze e a superare le Nostre paure.

Per i loro coetanei europei viaggiare è un diritto irrinunciabile che nessuno metterà mai in discussione, ma per chi è nato dalla parte sbagliata del Mediterraneo non è così.

Esistono leggi e divieti che li vorrebbero costretti all’immobilità, relegati a uno spazio facilmente controllabile da cui non rischiano di minare il privilegio europeo.

Questo documentario vuole rendere omaggio a questi giovani che con il sorriso sulle labbra,  si sono messi in viaggio per riprendersi il diritto fondamentale alla Libertà, in tutte le sue forme, attuando una nuova inconsapevole rivoluzione che mette in crisi l’Italia tutta, scardinando l’ipocrisia di stato, i finti buonismi caritatevoli dell’accoglienza e mostrando finalmente senza veli il vero volto razzista del nostro Paese.

[ Matteo Calore ]

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